Alberto Palmucci
VIRGILIO, ERODOTO E IL DNA DEGLI ETRUSCHI
(Corito Tarquinia)
A) LE INDAGINI GENETICHE
1. Il DNA dei Toscani. Dal 1987 noi abbiamo pubblicato una lunga serie di studi virgiliani, alcuni dei quali anche in questa rivista, nei quali abbiamo cercato di rivalutare la leggenda virgiliana della vera o presunta parentela degli Etruschi con i Troiani, e con essa anche l’identificazione della città di Corito, antiqua mater dei Troiani, con la odierna Tarquinia[1].
Nel 1994, Lugi Cavalli Sforza (professore di genetica alla Stanford University della California), Paolo Menozzi (professore di ecologia all’Università di Parma) ed Alberto Piazza (professore di genetica umana all’Università di Torino), pubblicarono un’opera[2] dove, tra le altre cose, rendevano noti i risultati di uno studio condotto sul DNA del popolo italiano. Essi comunicavano d’aver riscontrato una notevole differenza genetica fra la popolazione che abita i luoghi dell’antica Etruria, e quella del resto della penisola. Ciò può esser dovuto, essi dicevano, al fatto che gli Etruschi fossero in origine una popolazione autoctona, geneticamente diversa da quelle vicine per isolamento iniziale e per deriva genetica. Non escludevano, tuttavia, la possibilità che gli Etruschi fossero coloni di origine esterna, come indicato dalla leggenda dell’origine troiana[3]. Informazioni più concrete, concludevano, potrebbero esser desunte dai dati genetici relativi alle popolazioni delle possibili zone di origine[4].
2. Il DNA degli Etruschi e dei popoli orientali. Nel 2004 e nel 2006, due prestigiose riviste di genetica, una americana, ed una inglese, hanno reso noti i risultati che l’equipe di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara, ha ottenuto al termine d’una ricerca sul DNA mitocondriale degli Etruschi confrontato con quello delle attuali popolazioni italiane, europee, nordafricane ed orientali. Ringrazio Barbujani per avermi inviato gli originali testi inglesi delle pubblicazioni.
La sua equipe ha constatato che il DNA mitocondriale degli Etruschi è in parte simile a quello di coloro che oggi vivono in quelle regioni d’Italia che un tempo erano l’antica Etruria. A loro volta, entrambi i DNA, l’antico e il moderno, sono diversi dal DNA di chi ora abita nella restante Italia e nella restante Europa, e sono invece in parte simili non solo al DNA di alcune genti della Germania e della Cornovaglia ma pure a quello di coloro che ora abitano nelle regioni delle coste meridionali del Mediterraneo e nel vicino Oriente.
Sono stati studiati 28 scheletri provenienti da Tarquinia, Magliano, Caselfranco, Castelluccio, Volterra, Capua ed Adria. Quest’ultime due città, rispettivamente in Campania ed in Veneto, sono state incluse perché furono colonie etrusche. L’equipe ha riscontrato che quegli scheletri, sebbene provengano da diverse località, non presentano fra loro particolari differenze di DNA.
Da ciò, si è inferito che gli Etruschi, nonostante fossero costituiti da una federazione formata da tanti Stati indipendenti, non siano stati un popolazione omogenea. Il fatto poi che il DNA etrusco sia solo scarsamente simile a quello degli attuali abitanti dell’antica Etruria ha fatto supporre che l’antico DNA che noi conosciamo fosse stato quello esclusivo di un ceto dominante derivato da un popolo invasore che avrebbe anche introdotto la lingua. Dopo la conquista romana questo ceto sarebbe stato in parte assorbito dai Romani attraverso matrimoni e migrazioni d’intere famiglie verso Roma, e in parte sarebbe decaduto e si sarebbe confuso col popolo. La lingua avrebbe seguito lo stesso destino. C’è chi, a torto o no, sostiene che i popolani etruschi non avessero parlato la lingua etrusca, bensì una lingua italica simile all’Umbro e al Latino.
Comunque, il DNA degli Etruschi è diverso da quello delle altre regioni italiane ed europee, ma è in parte simile a quello degli odierni popoli germanici ed orientali. Queste somiglianze possono esser dovute sia a migrazioni di gente venuta dall’Europa centrale e dall’Oriente, sia ad unità di stirpe con l’una o con l’altra gente o con entrambe distintamente. Unità di stirpe e migrazioni potrebbero essere anche concomitanti. Comunque stiano le cose, il DNA ci dà per certa una parentela degli Etruschi sia coi popoli germanici che con quelli orientali.
3. Il DNA dei Toscani e dei popoli orientali. Nell’aprile 2007[5], la sopra citata rivista americana ha pubblicato i risultati di una nuova ricerca condotta da un’equipe guidata dal prof. Antonio Torroni dell’Università di Pavia, e composta da personaggi come Alberto Piazza e Luca Cavalli Sforza della Stanford University. Questa nuova equipe ha studiato il DNA mitocondriale di 322 persone non imparentate fra loro e abitanti in Toscana (Murlo, Volterra, Valle del Casentino ) da almeno tre generazioni, e lo ha poi confrontato con quello di altri 15.000 soggetti di 55 popolazioni dell’Italia, dell’Europa, dell’Africa settentrionale e del vicino Oriente. Il genoma mitocondriale viene trasmesso solo per via materna, e quindi garantisce una minore degradazione dei geni degli antichi Etruschi da parte di immigranti e conquistatori.
Ringrazio Torroni per avermi fornito il testo inglese della pubblicazione ed avermi così liberato dalle confuse notizie che avevo ricevuto attraverso i media.
La sua equipe ha evidenziato un legame con punte del 17,5% fra il patrimonio genetico degli attuali Toscani e quello di alcune popolazioni del vicino Oriente (Turchia, Giordania e Siria) e delle isole Egee (Lemno e Rodi). E’interessante che la odierna popolazione di Lemno, dice Torroni, sia “ un’eccezione nel panorama genetico con le particolari caratteristiche che la distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente”.
4. Il DNA del Bos taurus maremmano e dei bovini del vicino oriente. In uno studio parallelo a quello condotto sul DNA mitocondriale umano, l’equipe del professor Paolo Ajmone-Marsan dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, al quale ha partecipato anche il gruppo del professor Torroni e il Prof. Luigi Cavalli Sforza, ha analizzato il DNA mitocondriale dei bovini toscani di razza Chianina e Maremmana: i risultati sono stati pubblicati sulla rivista britannica Proceedings of the Royal Society: Biological Science. L’equipe ha riscontrato che anche i bovini sono in parte geneticamente simili a quelli del Vicino Oriente: Turchia, Siria e Giordania.
Notevole quantità di resti di Bos taurus di VI sec. a.C. sono stati trovati nel porto di Tarquinia[6]. Questo tipo di bovino, con corna lunghe, è anche più volte figurato a Tarquinia negli affreschi della tomba dei Tori (VI sec. a.C).
Ciò però non implica necessariamente che un popolo intero sia venuto in massa dall’Oriente in Italia via mare o via terra trasferendo anche i bovini. Se è vero o se può esser vero che l’antico DNA etrusco studiato da Barbujani appartenne solo alla classe dominante, è meglio ipotizzare anche che non fu un intero popolo a trasferirsi bensì un consistente gruppo di persone o vari gruppi provenienti da diverse regioni orientali. Ciò anche perché le tradizioni parlano di varie genti emigrate in Etruria, come Troiani, Misi, Lidi e Lemni.
Ognuno può esser venuto in Etruria insieme ai bovini, però può anche aver mantenuto contatti con la terra d’origine, e ad aver importato bestiame in un secondo momento, mosso da opportunità commerciali, o da qualche morìa di animali.
E come le migrazioni verso l’America partirono dai diversi Stati dell’Europa occidentale, così potrebbe esser avvenuto per le migrazione in Etruria dal vicino Oriente. L’odierna Turchia, per esempio, in antico era abitata da Ittiti, Troiani, Misi e Lidi: ognuno di loro potrebbe esser venuto in Italia, e non tutti insieme e nello stesso periodo. Così, la federazione Etrusca potrebbe esser stata composta da singole città anche diverse per etnia, pure se il loro DNA non si presenta diversificato. Bisogna poi considerare che nel DNA degli attuali “Etruschi” ci sono anche somiglianze con quello dei Siriani e dei Giordani che sono largamente di stirpe semitica. Ciò allarga smisuratamente il campo della ricerca e ci riconduce a considerare sia il problema della lingua Etrusca, ritenuta a volte indoeuropea, altre mediterranea ed altre semitica. Il fatto poi che la Turchia in parte rientri nei territori dell’antico impero Ittita, e che assieme a Siria e Giordania confini e in parte rientri nell’antica Mesopotamia, culla della civiltà sumerica, assira e babilonese, madre dell’aruspicina, ci riporta anche al problema dell’origine dell’Aruspicina Etrusca, e con ciò pure a quello di una possibile origine mediorientale di coloro che dall’Asia, attraverso il Mediterraneo potrebbero esser venuti in Italia.
Più specifica è invece la somoglianza del DNA dei Toscani con quello degli attuali abitanti delle isole Egee, come Lemno e Rodi. La odierna popolazione di Lemno, come dice Torroni, è “un’eccezione nel panorama genetico con le particolari caratteristiche che la distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente”. Stavolta, dunque, il campo d’indagine si restringe alle isole Egee.
Come si vede, le attuali scoperte genetiche non hanno risolto il problema delle origini etruschi, come i media fanno credere, ma lo hanno allargato. Certo, quelle scoperte ci danno un punto fermo: il Dna degli Etruschi ha somiglianze con quello dei Germani, dei popoli del vicino Oriente, e con quello degli abitanti delle isole Egee.
Per render produttiva in campo storico questa certezza bisognerà inserirla nello studio degli odierni reperti archeologici, delle caratteristiche della lingua, e delle antiche fonti storiche e letterarie che rapportavano fra loro Etruschi ed altri popoli. E sarà pure importante indagare cosa mai gli Etruschi ritenessero sulle proprie origini.
B) GLI ETRUSCHI E LEMNO
1. I Popoli del Mare. Negli antichi testi geroglifici del tempio di Karnac, in Egitto, è scritto che il faraone Merneptah, durante il quinto anno del suo regno (1232 a.C.), condusse una guerra vittoriosa contro una coalizione composta da Libici e “Popoli del Mare”, fra cui i Tursh. Questi ultimi, si specificava, erano venuti, via mare, dal nord, ed avevano tentato di invadere l'Egitto dai confini occidentali. Respinti dagli Egiziani, alcuni di questi popoli ed altri nuovi tentarono una seconda invasione, dal quinto all'undicesimo anno del regno di Ramses III (1193-1187 a.C.), ma furono ancora battuti. Nei geroglifici del tempio di Medinet Habu si racconta che alcuni contingenti “giunsero per mare e per terra”, mentre altri vennero “dalle isole centrali del mare”. Fra questi ultimi sono elencati i Tursh (o Teresh). Questi, si dice, con ulteriore specificazione, “venivano dal mezzo del mare”[7].
Alcuni hanno accostato il nome dei Tursh a quello dei Tirseni o Tirreni (gr. Tyrse-noi o Tyrrhe-noi ) che risiedevano nelle isole del Mar Egeo a nord dell'Egitto[8].
A prescindere da questa insicura identificazione, noi sappiamo che gli storici greci conoscevano, popoli Tirreni che avevano abitato varie isole dell'Egeo fra cui Lemno, Imbro, Lesbo, Samotracia, Mileto e Creta. Questi popoli, si diceva, erano venuti dall'Etruria, un paio di generazioni prima della guerra di Troia[9].
2. La diaspora etrusca. Mirsilo di Lesbo (III sec. a.C.) raccontava che i Cabiri o Grandi Dei si adirarono con gli Etruschi perché questi non avevano offerto la decima dei figli. Ci furono siccità e carestie per tre generazioni, ed infine gli Etruschi, oppresi anche da altre sventure d’ogni genere, abbandonarono la loro terra.
Costoro, - diceva Mirsilo -, furono dunque i primi ad emigrare dall’Italia e ad andare in Grecia ed in molte regioni dei Barbari [...]. E nel corso del loro continuo vagare senza fissa meta assunsero il nome di Pelargi a somiglianza degli uccelli chiamati Pelargi (cicogne) perché come questi migrano a stormo per la Grecia e nelle regioni dei barbari. Essi innalzarono pure il muro di cinta che circonda l'acropoli di Atene, il cosiddetto Muro Pelargico[10].
Gli emigranti, diceva poi Strabone, erano partiti da Regisvilla (un porto fra Tarquinia e Vulci) e si erano recati ad Atene guidati da Maleoto (o Malteo in alte fonti, donde il nome del porto tarquiniese di Maltano attiguo a Regisvilla)[11]. Scacciati da Atene, quei Tirreni o Pelasgi si recarono nelle isole Egee (Samotracia, Lemno, Imbro, Lesbo, Chio) e sulle coste dell’Asia minore (Cizico, Placia, Scilace), dove introdussero la religione dei Misteri[12]. Questa praticava il culto dei Cabiri o Grandi Dei, che erano le stesse divinità che i Tirreni, secondo Mirsilo, veneravano fin dal tempo in cui abitavano in Etruria.
Secondo Menacrate di Elea, tutta la costa Ionica dell'Asia Minore, a cominciare dal promontorio di Micale, dinanzi all'isola di Samo, era stata abitata dai Pelasgi, e pelasgiche erano state pure tutte le vicine isole. Riferiva poi che gli abitanti dell'isola di Chio dicevano di essere di origine pelasgica, e che quelli dell'sola di Lesbo si vantavano di discendere da Pileo, l'uomo che, secondo Omero, aveva portato da Larissa un contingente di Pelasgi in soccorso di Troia[13]. Pelasgi, secondo Conone, erano gli abitanti dell'isola di Antandro, davanti a Troia[14]. Si diceva, peraltro, che Dardano dall’isola egea di Samotracia fosse andato in Asia dove i suoi nipoti avrebbero fondato Troia, e che sua moglie Myrina avesse fondato Myrina, capoluogo di Lemno, davanti a Troia[15]. Murina è anche un gentilizio presente a Tarquinia e a Chiusi (vd. n. ...).
Da questo panorama mitostorico Virgilio verosimilmente trasse gli elementi per cantare, nell'Eneide, che Dardano, dalla città etrusca di Corito (oggi Tarquinia) si erano recati nell'isola di Samotracia, nel Mar Egeo, e da qui sulle coste dell'Asia dove avrebbero fondato Troia[16].
3. La migrazione da Lemno. Nel 501 a.C., giusto il racconto di Erodoto, l’ateniese Milziade intimò ai Pelasgi di Lemno ed Imbro di lasciare le loro isole[17]. Quelli della città di Efestia non opposero resistenza, e furono deportati nella penisola Calcidica[18].
Quelli di Myrina (lemnio Morina), invece, furono scacciati con la forza[19], e non sappiamo dove finirono. Col tempo, gli eventi di coloro che avevano dovuto lasciar Lemno furono mitizzati e confusi con altre più antiche migrazioni di Pelasgi, per esempio quelle dei Pelasgi che dalla Tessaglia sarebbero andati parte a Creta e parte in Etruria[20]. Così, noi non sappiamo quanto affidabili siano i racconti sulle vicissitudini di coloro che, pur in epoca storica, avevano lasciato Lemno. Si disse che, in epoca mitica, i Lemni, scacciati dalla loro isola, si fossero recati a Creta sotto la guida di un condottiero chiamato Polis[21]; e Anticlide (III sec. a.C.) disse pure che
alcuni di quei Pelasgi che per primi colonizzarono Lemno, vennero in Etruria assieme ai Lidi di Tirreno[22].
4. La lingua e il DNA dei Lemni. Non è senza motivo che Erodoto notò che le residue popolazioni pelasgiche dei suoi tempi parlavano una lingua diversa dal Greco[23]. Oggi, dopo il ritrovamento di alcune epigrafi nell’isola di Lemno, si è scoperto che quella lingua era simile all’etrusco. Recentemente, poi, i genetisti hanno riscontrato anche un apprezzabile legame fra il patrimonio genetico degli attuali “Etruschi” della Toscana e quello degli abitanti delle isole egee di Lemno e Rodi.
E’ importante che Lemno sia , come dice Torroni, “un’eccezione nel panorama genetico con le particolari caratteristiche che li distinguono sia dalle moderne popolazioni europee che da quelle del Vicino Oriente”. Così, le somiglianze genetiche dei Toscani coi Lemni e quindi con gli antichi abitanti delle isole Egee davanti a Troia (Imbro e Samotracia), e con le stesse città della costa asiatica (Cizico, Larissa, Placia, Scilace) vicine a Troia, hanno caratteri di specifico interesse storico. Si diceva, peraltro, che Dardano avesse fondato Troia, e che sua moglie Myrina avesse fondato Myrina, capoluogo di Lemno. Murina è anche un gentilizio presente a Tarquinia e Chiusi. Dunque, le leggendarie scambievoli migrazioni fra l’Etruria, le isole Egee e Troia, raccontate dagli storici antichi, e cantate da Virgilio, dovrebbero avere qualche fondo di verità.
C) GLI ETRUSCHI E TROIA
1. Tarconte il Vecchio e lo specchio di Bolsena. Fonti letterarie latine e documenti archeologici etruschi ci parlano del più antico leggendario contatto di Tarconte con i Troiani.
Gneo Gellio (II sec. a.C.) raccontava che
Il re Marsia, dalla Frigia, inviò Caco e il frigio Megales come ambasciatori al Tirreno Tarconte che li imprigionò. Caco fuggi, tornò in patria, poi ritornò in Italia con truppe più forti, e fondò un regno presso la città di Volturno in Campania. Ma, avendo poi osato attaccare gli Arcadi che abitavano sul colle Palatino, presso il Tevere, fu ucciso da Ercole. Megales, invece, trovò rifugio presso i Sabini ai quali insegnò l'arte degli àuguri[24].
Parallelamente, Servio riferiva che
Alcuni Troiani che il re Marsia aveva inviato dalla Frigia durante il regno di Fauno nel Lazio insegnarono in Italia la disciplina degli auguri[25].
Si tratta di una leggenda che aveva radici etrusche. Sui graffiti di uno specchio di Bolsena si vede Caco, posto nel luco del dio Silvano[26] e sorvegliato dai fratelli Aulo e Celio Vibenna, mentre ispirato dallo stesso dio suona la lira e detta i vaticini a un personaggio seduto accanto a lui di nome Artile (= piccolo Arunte). Quest’ultimo li trascrive su due tavolette. Evidentemente, Tarconte li aveva imprigionati per usufruire dei loro vaticini. Il luco di Silvano era lungo il fiume Mignone, presso Tarquinia[27]. La medesima scena, con qualche variante, si vede su alcune urne funerarie dell’Etruria di nord-est, dove però i personaggi sono senza nome[28].
Nelle fonti mitiche, la figura di Tarconte è ambientata in due diverse epoche. Nella tradizione surriferita egli è contemporaneo di Fauno e di Ercole. In altre tradizioni, invece, egli è fratello di Tirreno, entrambi figli di Telefo, a sua volta figlio di Ercole[29]. Giovanni Lido differenziava infatti “Tarconte il vecchio (o presbiteros)” da “Tarconte il giovane (o neoteros)”. Il vecchio sarebbe stato colui al quale Tirreno, venuto dalla Lidia, avrebbe insegnato l’aruspicina, e che poi il divino Tagete avrebbe ulteriormente edotto. Il giovane, invece, sarebbe stato colui che accolse Enea venuto da Troia in Etruria[30]. Notiamo, comunque, che Tarconte è edotto tre volte nella divinazione: dal troiano Caco, dal Lidio Tirreno, e dalla divinità indigena Tagete.
1. Enea. Alessandra (o Cassandra), figlia del re di Troia, nella omonima tragedia di Licofrone (IV-III sec. a.C.) profetizza la rovina della sua patria e la venuta in Etruria dei profughi troiani guidati da Enea. Dice:
Prima egli (Enea)andrà ad abitare a Recelo (città della Macedonia), presso le vette del Cisso (a nord della penisola Calcidica), dove le donne, in onore del dio Dioniso, si adornano di corna. Poi, dopo esser partito dall’Almopia (regione della Macedonia), errabondo lo accoglierà il paese dei Tirreni, là dove il Linceo (il fiume Mignone presso Tarquinia)[31] spinge la corrente delle acque calde, e Pisa e i campi di Agilla ricchi di ovini. Ed uno che gli era stato nemico unirà amichevolmente il proprio esercito al suo. Costui è un nano (nanos= nano; errante: nomignolo etrusco di Odisseo) che con il suo vagare aveva esplorato ogni angolo della terra. E gli si uniranno anche i due gemelli Tarconte e Tirreno, figli del re (Telefo) della Misia [...], discendenti dal sangue di Ercole, i quali nella lotta son fieri come lupi[32].
Della Alessandra di Licofrone esiste una antichissima riduzione in prosa greca dove si spiega che Nanos (= Errante) era il soprannome etrusco di Odisseo, e che quando l’eroe, con i suoi compagni, arrivò in Etruria,
pregò Enea di concedere loro un po' di mare ed un pezzo di Terra [...]. Enea glielo concede; ed anche Tarconte e Tirreno, figli di Telefo, abitarono in Etruria insieme ad Enea[33].
Giovanni Tzetze, poi, nel commento alla Alessandra, ripeté che
Tarconte e Tirreno, figli di Telefo, abiteranno in Etruria assieme ad Enea. Tarconte fondatore di Tarquinia; e Tirreno colui che diede il nome alla Tirrenia[34].
Secondo Servio, poi, questo Tirreno, figlio di Telefo, fondò Agilla[35]. Secondo lo stesso Servio, infine, un Tarconte figlio di Tirreno fondò Pisa[36].
La più antica tradizione della venuta di Enea in Italia vedeva, dunque, l’eroe trapiantato nell’Etruria marittima, insieme a Tarconte e Tirreno, tanto stabilmente da poter concedere al sopravvenuto Ulisse parte del proprio territorio sulla marina.
Secondo Plutarco, poi, Enea sposò una sorella di Tarconte, chiamata Roma che diede il nome alla città di Roma[37]. Secondo Alcimo Siculo (III sec.a.C.), la moglie etrusca di Enea si chiamava Tirrenia.
2. Documenti archeologici. La più antica raffigurazione della fuga da Troia si trova su un vaso etrusco[38]. A partire da sinistra, si nota il cavallo di legno dal quale scendono Odisseo e compagni; lo scontro fra Troiani e Greci; le mura merlate di Troia; un uomo (Enea?) e una donna, accompagnati da due bambini, si allontanano dalla città. Il vaso risale al 625 a.C. La documentazione greca è molto più tarda; e forse la leggenda di Enea, o di un altro troiano, che trasferisce in Etruria gli esuli Troiani ebbe origine proprio in Etruria.
La documentazione greca appare un secolo dopo, su vasi databili fra il 520 e il 470 a.C.
Dall'esame del Lexicon Iconographicum Mithologiae Classicae (s.v. Aineia)[39], emerge che la quasi totalità dei vasi greci è stata trovata in Italia, e soprattutto in Etruria:
6 a Vulci (il più antico è del 520 a.C.),
1 a Tarquinia (520 a.C.),
3 a Cere (510-490 a.C.),
1 in luogo non determinato (510 a.C.),
1 a Spina (450 a.C.).
Questi vasi furono fabbricati in Grecia ad uso del mercato italico che ne faceva grande richiesta. La scena tipica è quella di Enea che lascia Troia portando sulla schiena il vecchio padre Anchise che gli si strige al collo.
Contemporaneamente, gli Etruschi svilupparono una propria produzione di vasi con scene di Enea che fugge da Troia. Ma la produzione etrusca contiene un importante particolare in più. Sul castone d’un anello (500-475 a.C.) di provenienza ignota, si vede Enea che sostiene il padre seduto su una sola spalla. In questa posizione, Anchise ha le braccia svincolate dal collo di Enea, e così può esibire su una mano il sacro cesto delle statuette dei Penati di Troia.
Anche in un vaso etrusco di Vulci (470-460 a.C.), Enea, accompagnato dal figlio, porta il padre seduto su una sola spalla, mentre la moglie lo precede portando sul capo un fagotto; ma non siamo sicuri che il fagotto contenga i Penati. La città di Veio ha pure restituito una serie di statuette, appartenenti alla prima metà del V sec.a.C., raffiguranti Enea che porta il padre su una sola spalla, ma senza il cesto dei Penati.
Molto più tardi, a partire dal I sec. a.C., pure i Romani, per significare il trasferimento dei Troiani nel Lazio, faranno figure con Enea ed Anchise che abbandonano Troia. Ma i Romani non imiteranno il modello greco, bensì quello che gli Etruschi avevano raffigurato sull'anello d’origine ignota (Tarquinia?) nel quale Anchise, seduto su una sola spalla d’Enea, recava in mano il cesto dei Penari di Troia. E' ovvio che i Romani avevano recepito scena e significato dall’archetipo presente nell’anello etrusco.
Su un altro castone d’anello (inizi V sec. a.C.), opera dello stesso artefice del precedente, si vede ancora Enea che trasferisce su una sola spalla in Etruria l’effige di sua madre come creare un sito web? Prova ora con EditArea!
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